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IL MATTE PAINTING

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Il matte painting è una tecnica nata sostanzialmente con l’avvento del cinema. Già nel 1907 veniva utilizzata da Norman Dawn – effettista e regista – nel film Missions of California per rappresentare delle strutture fatiscenti e da quel momento in poi si è imposta come uno strumento imprescindibile per la narrazione sul grande schermo. 

Si tratta di una modalità di rappresentazione che indubbiamente porta avanti quel concetto di immaginifico che pervade la finzione cinematografica. Ma di che si tratta nello specifico? 

Se volessimo tradurre letteralmente il nome di questa tecnica potremmo sicuramente parlare di  “pittura opaca o coprente”. E nelle sue parole si trova già il senso dell’effetto. Agli inizi prevedeva la stesura di pittura coprente su lastre di vetro che venivano poi poste davanti alla cinepresa. La pittura stesa, raffigurante dei soggetti o dei panorami, veniva organizzata in modo da lasciare degli spazi vuoti sul vetro, spazi che venivano poi riempiti da quello che emergeva grazie al vetro trasparente. Si otteneva così un mix tra il disegno fatto sul vetro e quello che veniva inquadrato dalla cinepresa. Questa tecnica espandeva o modificava, in buona sostanza, quanto ripreso, cambiando totalmente, se necessario, il set senza grossi sforzi economici per le produzioni.

Un'illustrazione che mostra come funziona il matte painting

Lo schema di funzionamento di un matte painting

I glass shot (cioè i vetri dipinti) di Norman Dawn diedero una prima svolta agli effetti speciali del cinema perché furono usati spesso per aggiungere elementi alle riprese originali. La tecnica fu ulteriormente sviluppata da Norman trasformando i glass shot in matte shot. Si passò così dai da vetri dipinti ai vetri con parti di solo colore nero. Il nero, posto sul vetro, riempiva alcune parti dell’inquadratura che bloccavano così, in quei punti, l’esposizione della pellicola. La stessa pellicola veniva poi utilizzata su una seconda camera che riprendeva dei dipinti che si accordavano per prospettiva e colore con quanto realmente ripreso, sostituendo le parti nere poco prima applicate. La tecnica diede la possibilità di accelerare il flusso lavorativo delle riprese. Con i glass shot, infatti, le lavorazioni dovevano fermarsi per dare la possibilità agli artisti di dipingere il vetro, cosa che non accadeva invece con il matte shot visto che gli artisti lavoravano solo successivamente.

Il matte painting in azione
Il matte painting in azione

In alto la ripresa reale con la mascheratura posta sopra
In basso la stessa ripresa, ma con il matte painting applicato

Norman Dawn depositò il brevetto nel 1918 ma dovette attivarsi legalmente contro Walter Percy Day che aveva iniziato ad usare questa tecnica con profitto.  Norman però perse la sua battaglia legale contro Walter, perché sebbene abbia dato vita ad una tecnica rivoluzionaria, pare che per il giudice questa, nella forma della doppia esposizione e della mascheratura, esisteva già da tempo.

Il matte painting aveva però fatto ingresso nel mondo del cinema, rappresentando una delle tecniche più utilizzate nella creazione di sfondi modificati o creati dal nulla. Film come il Mago di OZ o Quarto Potere o ancora, molti decenni dopo, Guerre Stellari e Indiana Jones, faranno uso del matte painting per creare o supportare mondi immaginari e immaginati.

a Città di Smeraldo con un fantastico matte painting

Verso la Città di Smeraldo con un fantastico matte painting

Il matte painting in azione sul primo film della saga di Indiana Jones

Il matte painting in azione sul primo film della saga di Indiana Jones

Indubbiamente, la tecnica è nelle mani di talentuosi artisti in grado di rappresentare oggetti, panorami, luci e colori come se si trattasse di vere fotografie (o quasi). Ecco alcuni esempi dei lavori di straordinari artisti del matte painting tra i più riusciti nel mondo della celluloide :


King Kong

di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack 

(1933)

Il film di King Kong è ricco di di matte painting che hanno ricreato con successo il mistero e l’angoscia di un’isola ai confini del mondo, oscura e piena di paura.  I matte furono realizzati dagli artisti Byron Crabbe e Mario Larrinaga che hanno dato vita ad una versione del film con un livello visivo al momento mai raggiunto dalle altre pellicole dedicate a King Kong.

I matte painting di King Kong
I matte painting di King Kong
I matte painting di King Kong

L’utilizzo del matte painting in King Kong (in alto la pittura originale)

Mary Poppins

di Robert Stevenson 

(1964)

Vincitore del premio dell’Accademia per i migliori effetti visivi, questo film ha fatto ampio uso di matte painting. In molte inquadrature, sfondi e personaggi sono solo dei dipinti. L’artista Peter Ellenshaw ha fatto realizzato moltissimi film per casa Disney, ma in questo, probabilmente, si è superato.

Il lavoro di Peter Ellenshaw per Mary Poppins
Il lavoro di Peter Ellenshaw per Mary Poppins

Sopra, l’artista in azione. Sotto il risultato sulla pellicola

Heartquake (Terremoto)

di Mark Robson

(1974)

Albert Whitlock ha realizzato ben 22 matte painting per questa pellicola. Oltre ad essere un bravissimo artista è stato anche velocissimo nel realizzarli perché sono stati confezionati in una settimana circa. La produzione del film, nel suo organizzarsi, non è stata un granché e la pellicola fu fatta davvero in fretta e furia. Il risultato al botteghino è però andato al di là più rosee aspettative, incassando moltissimi soldi. Forse anche grazie al meraviglioso lavoro di Albert!

Il lavoro di Albert Whitlock nel film Terremoto
Albert Whitlock a lavoro

In alto, un frame tratto da film, in basso l’artista a lavoro

Ghostbusters 2

di Ivan Reitman

(1989)

Mark Sullivan è, probabilmente, uno dei più artisti del matte painting più bravi della sua generazione e prima o poi gli dedicheremo una scheda personalizzata di approfondimento. È stato un artista che è passato dal mate painting “analogico” a quello “digitale” senza alcun problema. Qui all’opera con i matte della seconda pellicola di Ghostbusters: nell’inquadratura tutto è un dipinto, a parte la strada in basso con le automobili.

Mark Sullivan in Ghostbusters 2
Mark Sullivan in Ghostbusters 2

Un grande esempio di arte da parte di Mark Sullivan

Il digitale ha stravolto la tecnica del matte painting. La Industrial Light & Magic decise di spingere la tecnica al massimo, facendo dipingere gli artisti su vetri trattati in modo che non fossero troppo riflettenti e proiettando sugli stessi parte delle riprese già effettuate, in modo che gli artisti avessero dei riferimenti quanto più precisi. Molti dei matte realizzati per la trilogia classica di Guerre Stellari furono tutti realizzati in questa maniera.

A partire dal 1990 la tecnica fu trasportata all’interno del computer. Grazie all’uso di software sofisticati, fu possibile dipingere direttamente sullo schermo e assemblare la creazione con quanto girato. Nel corso del tempo si abbandonò man mano la pittura, come tecnica di realizzazione per la creazione dei matte, e si iniziò ad usare fotografie modificate grazie all’uso di programmi come Photoshop ed altri creati appositamente per questo genere di produzioni. L’avvento della CGI e la possibilità di realizzare panorami e soggetti totalmente creati con l’uso del computer, hanno messo un po’ da parte la realizzazione artistica dei matte per via dell’estremo realismo raggiunto dalle immagini realizzate con il computer. Oggi si parla di digital matte o digital painting e il processo artistico si è riversato anche nelle produzioni televisive. In ogni caso la  tecnica è rimasta sostanzialmente la stessa, se non nella forma assolutamente nella sostanza e nella potenza immaginifica di modificare o creare dal nulla set immaginari e visionari. 

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